venerdì 6 febbraio 2009

Casta lucana. La questione morale sta affondando la Basilicata

I 113 faldoni e i 33 indagati dell'inchiesta giudiziaria Toghe lucane. Oppure il miliardo di barili di petrolio nella pancia della Basilicata che sono l'8 per cento del fabbisogno nazionale. O la stupefacente longevità della classe politica lucana: sei deputati, sette senatori di destra e di sinistra che fanno politica da sempre, il senatore a vita Emilio Colombo, l'onorevole Salvatore Margiotta, Romualdo Coviello, quasi tradizioni di famiglia con un'unica sorgente di vita: la Democrazia cristiana. Possiamo partire da qui, da queste tre caselle per raccontare il grande gioco d'affari, il Monopoli della Lucania che oggi diventa, con il caso Napoli e quello Abruzzo, una delle tre lame che si conficcano nella carne viva del Pd sotto il nome questione morale. Il fatto è che fuori dai confini di questa regione non ti aspetti che il Texas d'Italia, che tutti ci invidiano, possa essere quasi l'origine della questione morale. «Una regione di qualità e un territorio d'eccellenza», è scritto nel timbro della Regione. Balle, tutte rigorosamente balle. Peggio: affermazioni che «fanno venire l'orticaria» a un sacco di gente. Don Marcello Cozzi, responsabile dell'associazione Libera ha affidato la sua rabbia alle 458 pagine del libro «Quando la mafia non esiste-malaffare e affari della mala in Basilicata», cinque edizioni tutte esaurite da maggio, una nuova Gomorra scritta da un prete lucano per nulla amato tra i notabili della città ma invitato dagli emigrati a Berlino e a Innsbruch per parlare del suo libro. L'economista Nino D'Agostino alza la voce se appena dici «Basilicata isola felice»: «E' la più grande mistificazione organizzata dal ceto politico italiano». La Lucania è di per sé «una questione morale». Anzi, è il paradigma della questione morale che sta travolgendo il Pd. Al palazzo di Giustizia di Potenza il pm John Henry Woodcock e il gip Rocco Pavese continuano gli interrogatori dei dieci arrestati per le tangenti alla Total, multinazionale che sta trivellando nel giacimento di Tempa Rossa. L'inchiesta è figlia di un'altra indagine, quelle Toghe Lucane (33 indagati tra politici, amministratori, magistrati e investigatori tra cui Luisa Fasano, moglie dell'onorevole Margiotta) per cui è stato chiesto il giudizio per una sfilza di reati, dall'associazione a delinquere alla corruzione passando per la turbativa d'asta e il peculato. Raccontano, i 113 faldoni di Toghe lucane, il comitato d'affari che, secondo il pm De Magistris, in Lucania ma non solo aveva mani e faceva affari ovunque: se c'era un reato il magistrato nascondeva, il poliziotto avvisava l'indagato, il politico di destra e di sinistra continuava a fare pastette. Tutti insieme allegramente, per anni, e che nessuno disturbi il manovratore. Finché arriva il pm Woodcock che già un bello scossone al sistema lucano l'aveva dato nel 1994 con un'altra inchiesta chiamata Iena 2. C'è un giro vorticoso, in queste faccende giudiziarie, di indagati che diventano difensori e poi magari senatori o deputati. Nicola Buccico, ad esempio, ex del Csm in quota An, è indagato in Toghe lucane ma oggi anche difensore dell'imprenditore Ferrara, presunto motore delle tangenti Total nonché sindaco di Matera. Filippo Bubbico, diessino di razza, è indagato in Toghe Lucane ma anche senatore del Pd. Luisa Fasano, ex capo della mobile di Potenza, è indagata in Toghe Lucane ed è moglie di Margiotta (nella foto) indagato per le tangenti Total: Woodcock ne ha chiesto l'arresto, la Camera ha detto no. C'è poi, anche Vito De Filippo, Pd, ex Margherita, presidente della Regione indagato prima e adesso di nuovo per le tangenti Total anche se per reati accessori. Giovedì in consiglio ha avuto una specie di crisi di nervi: «Basta, non ce la faccio più questo è un complotto». Sembrava volesse dimettersi. Sembrava. E dire che ha tutta la giunta dimissionaria di fronte alle fabbriche chiuse e ai migliaia senza lavoro. Il gioco di ruolo, controllori che diventano controllati e viceversa, potrebbe andare avanti a lungo. Il paese è piccolo, si dirà. Sbatte il pugno sul tavolo del bar del Grande Albergo Nino D'Agostino. «Quello lucano - dice - è un grande sistema blindato di corruzione». La diagnosi è spietata: «In 60 anni non c'è mai stato ricambio di ceto politico e gli assessori regionali sono anche funzionari della Regione. Tutto ruota intorno alle clientele per cui non conviene a nessuno restare fuori e quindi denunciare. Qui il clientelismo si è evoluto in affarismo per cui non basta più trovare lavoro al figlio di chi te lo chiede e poi ti porta i voti ma tutto questo deve anche produrre grandi affari possibilmente per pochi». La corruzione non è solo tangenti, insiste l'economista, «è anche gestire risorse pubbliche in modo clientelare per cui un sistema economico in piena recessione come quello lucano diventa l'isola felice». Modi così antichi e mimetizzati che poi rischiano di non avere sempre un rilievo penale e di trasformarsi in condanne. «Ed è per questo che bisogna pretendere dalla politica un cambio netto dei suoi protagonisti e dei loro metodi», dice don Marcello che tutti i giorni ha a che fare con clientele, promesse di lavoro in cambio di silenzio, storie di usura dove l'usuraio è il potente che neppure ti immagini. Don Marcello è andato a vedere cosa c'è dietro droga, usura, disagi. Nel suo libro racconta le mille contraddizioni di queste regione, i 200 condannati definitivi per mafia in meno di 15 anni, i morti ammazzati su cui non sono state fatte indagini, i politici indagati ma sempre al loro posto. «A chi fa comodo - si chiede - che questa terra sia raccontata come l'isola felice mentre le gente scappa in cerca di lavoro? Chi controlla - ad esempio - che non vengano fatte estrazioni in nero dai pozzi? Perché non ci sono le strade?». Scriveva Carlo Levi, che Mussolini mandò al confino nei calanchi tra Grassano e Aliano: «Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore in comprensivo». Cristo s'era fermato a Eboli. Adesso in qualche paesino della val d'Agri. Per arrivare in Lucania c'è solo una strada, il treno arranca e a volte a Salerno passa il testimone al bus. Meno male che c'è la Fiat a Melfi e la Natuzzi divani a Matera altrimenti, nonostante la ricchezza di materia prime, nessuno ha saputo creare una manifattura. Tanto si va a lavorare nel pubblico e l'agricoltura è assistita. Il turismo dà fastidio. In certi paesi non arriva l'acqua che pure viene venduta alla Puglia. E neppure il gas che qui sotto ha giacimenti enormi. E lo chiamano Texas d'Italia. La Lucania saudita. ( articolo di Luisa Fusano)

2 commenti:

  1. Uomo del centrodestra policoresevenerdì, 06 febbraio, 2009

    Concordo

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  2. I soldi delle royalties che fine fanno? E quando vengono spesi, qual'è il fine della spesa e materialmente in che tasche vanno a finire? Sarebbe interessante saperlo!

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