sabato 23 agosto 2008

Federalismo al Sud senza complessi


Il dibattito sul federalismo è ancora troppo prigioniero della paura. Si gioca una partita assai delicata su una scacchiera truccata: ciascun giocatore pare interessato prevalentemente alla propria casella, alla propria mossa, al proprio rendiconto di finanza e di potere. Il Sud ha paura di perdere ciò che appare (secondo l'ideologia nordista imperante) una lucrosa e parassitaria rendita di posizione. Il Nord ha paura di perdere l'occasione storica di riappropriarsi della leva fiscale nell'area più ricca del Paese. Le Regioni a Statuto speciale hanno paura di perdere quei privilegi che esse chiamano diritti (ma può anche accadere che ognuno di noi chiami privilegi i diritti degli altri!). Anche io ho paura: che vada definitivamente smarrito quel collante di solidarietà che cuce piccoli borghi e città metropolitane, che annoda punti cardinali e li omogeinizza senza ucciderne le peculiarità; ho paura che dell'Italia resti giusto una bandiera per le cerimonie e non un'anima, una memoria storica, un'idea di comunità, un'ambizione di virtù civiche. Difficile ridisegnare l'architettura – non solo fiscale – di una nazione, poggiandosi su quel pilastro piuttosto marcito che è la paura. Significa prefigurare almeno venti tipologie di federalismo, ciascuna a propria immagine e somiglianza, un modello di ingegneria politico-istituzionale che tende al bricolage, una riforma fai da te destinata ad abortire. Concretamente significa andare ad un appuntamento con la storia italiana portandosi addosso gli abiti sdruciti del più vieto localismo: con l'idea che fare gli interessi immediati di una parte (cioè del proprio territorio) è più conveniente che non la costruzione faticosa di un interesse generale. Praticamente significa che vince il federalismo del pallottoliere: ognuno si occupa di decifrare ciascun comma della bozza Calderoli e di proiettare sul proprio contesto regionale l'effetto in termini di decurtazioni di entrate. Ognuno fa calcoli su questo o quel parametro. Qui vado in paradiso e qui all'inferno, qui vado pari, qui perdo male e le opposizioni del mio territorio mi faranno la pelle (e davvero in questo caso non conta il colore politico di chi è maggioranza e di chi è minoranza). Ora non voglio fare lo snob, anche io userò il pallottoliere per capire cosa comporta per la mia Puglia la traduzione in realtà di ciascun codicillo della proposta federalista, ma devo dire con tutta onestà che se tutta la discussione fosse così provinciale e così politicista, la sorte del federalismo italiano sarebbe segnata. E non è questione di stile ma di sostanza. Intanto la bozza Calderoli da questo punto di vista è piuttosto vaga e io assumerei questa vaghezza come una occasione per andare oltre il testo, per approfondire (se mi si consente il gioco di parole) pretesto e contesto, per discutere cioè di che Italia vogliamo, di che equilibrio tra risorse e servizi, tra ricchezza e diritti, di che relazione bilanciata tra poteri e competenze, di che modello di burocrazia per agganciare le ansie e le domande di una nuova e più esigente cittadinanza, di che telaio serva per tessiture di cooperazione in un mondo di feroce competizione. Noi meridionali non dobbiamo affrontare il nodo della perequazione con il cappello in mano, afflitti dalla sindrome dell'accattone, ma con la appassionata lucidità di chi sta parlando di aree di disagio, di fragilità nel vivere e sopravvivere, di vecchie e nuove povertà, insomma di una democrazia che si invera nella rete di diritti esigibili sul piano individuale e collettivo. Il Sud deve smetterla di avere paura, ma anche di avere incredibili complessi di colpa: noi non abbiamo derubato il Settentrione, non siamo la geografia dell'inettitudine e del crimine, non siamo una metafora cupa gonfia di metafore cupe (quante impronte di Gattopardi in ogni chiacchiera stereotipata sul Sud, quanti gironi danteschi…): come se fossimo solo monnezza e sangue, e non anche ingegno levantino e sudore proletario, spirito d'intrapresa e d'innovazione, una socialità aperta all'accoglienza e alla convivialità. Il Sud, a mio modo di vedere, deve ri-tematizzare se stesso dentro la sfida federalista: tornare a riflettere sui suoi problemi storici, sul bisogno di rinnovare radicalmente la sua struttura produttiva, sulla cultura delle sue classi dirigenti, sul deficit del suo parco infrastrutturale, sui limiti di un processo di modernizzazione che ha troppo spesso sacrificato la bellezza mediterranea e i suoi valori ecologici sull'altare di un profitto mordi e fuggi. E il Nord deve uscire dal recinto angusto delle proprie frustrazioni economiche ed ideologiche: smettendola di cercare nel Sud il capro espiatorio delle proprie paure. Si ha paura di un nemico ma spesso il nemico vero è la paura. In verità dovremmo avere paura di quella recessione che incombe e che può essere la tomba di un federalismo scandito da pensieri corti e da attorcimenti di Palazzo. Anche per questo occorre alzare il tiro. Si può stare insieme, nel rispetto delle diversità e dentro la traccia suggestiva del federalismo, se si abbandona quella scacchiera truccata e si volge lo sguardo al Paese e alle sue forze fondamentali: e si dice con chiarezza che non ci può essere la rottura dell'universalismo dei diritti sociali fondamentali, nell'istruzione come nei servizi socio-sanitari come nell'esercizio del diritto alla mobilità. Se si dice che occorre una nuova solidarietà che non copra chi spreca o chi ruba. Che occorre una nuova base di virtù civiche per salvare l'Italia, del Sud e del Nord, e per proiettarla oltre l'orizzonte della paura, verso un più maturo esercizio delle proprie responsabilità.

Nicki Vendola23/8/2008